Andy’s Digital Adventures: DOS

Professore: “Le propongo una tesi sullo schiacciamento del piede dei serbatoi sotto l’azione sismica…” Studente: “Io… veramente… pensavo a qualcosa di più poetico, delle sculture duttili che testimoniano sul proprio corpo le ferite infertegli dai terremoti…” Professore: “(Ma chi cazzo me l’ha mandato questo…)”

by Gary Larson
by Gary Larson

Alla fine io e il professor Pinto ci mettemmo d’accordo per un serbatoio sopraelevato sottoposto all’azione eolica, ma per fare i calcoli avevo bisogno di digitare “C:/”, e per uno che veniva dal paradiso del WYSIWYG, affrontare il DOS era un po’ come fare il viaggio di Dante a ritroso, col masso di Sisifo incastrato fra le corna. Il SAP, programma strutturale agli elementi finiti, è fichissimo. All’epoca, per qualche motivo che ha sicuramente a vedere con l’ingegneria psichiatrica, la fase di input era il più unfriendly possibile. Se riuscivi a districarti nell’orientamento dei momenti d’inerzia e nei fattori di scala alla quarta potenza, la soddisfazione era immensa: quintali di grafici colorati descrivevano vita, morte e miracoli di strutture altrimenti (per me) inconoscibili. I modi propri di vibrazione erano animati, li guardavo oscillare per ore, e poco importava che, leggendo attentamente i tabulati, le travi di copertura sfiorassero il pavimento dell’interrato sotto ogni condizione di carico. Ma si sa, “mud in, mud out”, risme di tabulati non possono battere ciò che un buon ingegnere scrive sul retro di una busta (“on the back of an envelope”). Ma esistono ancora ingegneri che scrivono sul retro di una busta?

Contemporaneamente decisi di affrontare il moloch AutoCAD. Si era alla versione 12, comprai un manuale di 1067 pagine con copertina rigida scritto in corpo 4. Cominciai dal colofon e proseguii dritto alla parola fine, esercizi compresi. DIMASSOC, DISPSILH, ATTREDEF, l’oscuro sillabario caddista mi si dispiegava in tutta la sua cacofonia. Niente icone da cliccare, i comandi si digitavano, o meglio, si digitava lo shortcut. Ma perché per disegnare un rettangolo (RECTANGLE) lo shortcut è REC e non RT? Guardate la tastiera! E per prendere una misura (DIST)? Perché devo fare il pianista con DI quando D ed S sono lì una a fianco all’altra? Ma queste sono sottigliezze, perchè intanto quella campitura non si riempie manco se ti ammazzi, il disegnino del trattore importato da un altro file mi si è trasformato in una ragazza che gioca a volano, ha un punto di inserzione su Marte ed un nome civettuolo che comincia con A$, quell’ingegnoso sistema di riferimenti esterni annidati blocca tutti i computer dello studio, pure quelli non in rete. Stampare in AutoCAD, praticamente un ossimoro. Eppure, come avrete intuito, è un programma che amo. Ogni mio layer comincia con tre cifre. Quoto esclusivamente in spazio carta. Ho solo un plot style e si chiama STANDARD.

In occasione della tesi feci interagire AutoCAD e SAP tramite il BASIC. I tabulati del SAP venivano macinati da un programmino e trasformati in uno script per AutoCAD. A colpo d’occhio potevo vedere quale tra decine di elementi strutturali era il più sollecitato. Un altro programmino mi trasformava output in input, simulando effetti del secondo ordine (tipo P-delta, per intenderci) ancora non implementati nel SAP90. Il cuore (core) stesso della tesi era un programma in BASIC: il vento è un insieme di infiniti vortici a scale diverse. Per ogni scala calcolavo la correlazione tra un punto e l’altro della superficie del serbatoio. Il risultato era un campo stocastico di correlazione, una strana bestia che ben poco mi è servita negli anni a seguire, dato che mi sono occupato di tutt’altro…