Andy’s Digital Adventures: Hardware

Il mio primo PC lo comprai usato da un amico di amici che abitava nei pressi della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa. Niente male come simbolismo, vero?

Asus P5A-B
Asus P5A-B

Era un 486 che mai giunse a vedere la schermata iniziale di Windows 95, riuscii a sbolognarlo prima ad un amico di amici. Da allora i miei desktop erano sempre nuovi di pacca, assemblati secondo le esigenze (e la disponibilità economica). Per farli propri si andava da sordidi spacciatori di materiale elettronico, fortificati da una breve infarinatura propinata da amici di amici più versati nel campo. Si sceglieva su uno stringato menu, solitamente fotocopiato in bianco e nero tipo flyer dei peggio punx, e divisi in tre-quattro fincature: si andava dal modello “Basic” al “Deluxe”, passando dal “Performance” e il “Professional”. Sul fondo del menu una accozzaglia di elementi aggiuntivi, rigorosamente etichettati con acronimi da smanettoni. Di solito nessuna delle combinazioni possibili era soddisfacente, un po’ come con le donne: o tette fantastiche su culi piatti o chiappe da urlo sotto una tavola da stiro. I commenti sessisti erano la norma, dato che quasi tutti gli avventori si distinguevano per il cromosoma monco. Ma mollare la preda era impossibile, lasciare il negozio senza un cabinet sulle spalle avrebbe sicuramente provocato un tracollo della borsa di Taiwan, con conseguente aumento del prezzo delle memorie.

Di solito l’assemblato era un diabolico coacervo di conflitti interni, peggio del direttivo del PD. La scheda video non dialogava con la scheda madre, il processore era incompatibile e l’hard disk se ne lavava le mani. A complicare le cose c’era il mio spirito non dico anarchico ma almeno antitrust: dopo un primo processore della Intel, per i miei desktop ho sempre e solo comprato AMD. A mie spese imparai che la mother per il K7 aveva due controller, Northbridge e Southbridge, e che il Superbypass per eliminare i bottlenecks non era mai giunto alla linea di produzione, lasciando i retailers (i venditori) con il culo nell’acqua (“standing in the rain”, come riportato nell’illuminante articolo di Tom’s Hardware). Ma io non demordevo, ed aggiornando i driver a manetta si raggiungeva, dopo qualche mese, un assetto stabile.

Quante ne ho passate col mio K7! richiamato per un lavoro “d’urgenza” a Murcia, lo smontai pezzo pezzo. Tutte le schede e i drive li riposi in una valigetta da cabina, mentre il telaio del cabinet lo misi in valigia, lo stipai di mutande e magliette e lo spedii nella pancia dell’aereo. Ne riemerse un po’ ammaccato ma funzionale. Una volta nello studio murciano, ricostruii il tutto. Indossavo il completo nero con cui mi ero sposato, dovevo sembrare un gran figo o un coglione totale, non so valutare.

Dopo l’ennesimo K7 su scheda madre ASUS (un gioiellino che ancora fa il suo dovere a studio) sono passato ai portatili. Mi sono arrecchionuto, direbbe mia moglie, ma che ci posso fare, portarsi il lavoro a casa è un piacere, portarsi i passatempi a studio un dovere. C’è stato un momento in cui io e il mio socio avevamo lo stesso modello di Toshiba (fighi o coglioni, la domanda è sempre quella). Dopo anni di onorato servizio al mio parte lo schermo, mentre il suo ci abbandona del tutto. Sagacemente il tecnico smonta il suo schermo e lo monta sul mio. Dura un paio d’anni, poi si spegne anche lui. Collego il laptop ad uno schermo ausiliario. La tastiera non risponde più, la sostituisco con una wireless. Con tutte queste protesi non è più un “portatile”, ma è vivo, e lotta insieme a noi!

Importatile
Importatile

 

Autore: Andy War

Born in Naples, 1965, lived in Princeton and France, then back to Italy. Comics. Grendizer, Star Wars, Lucky Luke. Architecture, Punk Rock. Sciattoproduzie, structures. Digital animations, running, hospitals. I live and work in Rome, married with two children.

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