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Vi è mai capitato di mettere insieme per anni un progetto ed improvvisamente sentire il bisogno di stravolgerlo dalle fondamenta? Con il progetto ZYMACHI mi è accaduto qualcosa del genere.

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L’idea di una saga ambientata nel micromondo risale alla mia prima adolescenza. Influenzato da Star Wars e dai robottoni giapponesi, dislocai sul foglio da disegno i protagonisiti dell’azione: da una parte l’esercito dei Globuli Bianchi (i buoni), dall’altra quello dei Batteri Cosmici (i cattivi). Al centro il personaggio principale, capitano di una Micronave popolata da robottini bidoniformi (R2D2!), alleato ma non integrato nel sistema immunitario. Gli umani rimanevano sullo sfondo, come puro campo di battaglia. Dopo una decina di fumetti, molti dei quali incompiuti, il progetto si è arenato, pur continuando a covare nella cenere del mio immaginario.

Nel 2009 decido di ravvivare il fuoco, apportando però delle modifiche allo schema originario: da un lato, l’esercito dei Globuli Bianchi si spersonalizza, riducendosi al rango di meccanismo vivente. I principi del bene e del male si compenetrano nella stratificata società aliena (da batteri comici a “Ciclostani”). Il personaggio centrale è una di loro, una reietta, che si allea con delle nanomacchine di fabbricazione umana, diventandone la guida. Su questo schema ho prodotto un soggetto per una animazione, corredato da 160 illustrazioni esplicative, ed ho intrapreso il lungo cammino dello storyboard (altre centinaia di schizzi)… e mi sono arenato di nuovo!

C’era qualcosa che non funzionava. C’erano troppi personaggi. Mancava il personaggio nel quale un lettore giovane potesse identificarsi. Ci ho messo parecchio per rivedere lo schema, anche i personaggi di fantasia lottano per sopravvivere! Allo scopo di non buttar via il lavoro svolto fino ad allora, ho spostato l’azione avanti nel tempo, una decina di anni che stravolgono tutto: gli alieni non ci sono più, sono tornati a casa loro (sono mai esistiti?), sostituiti in tutto e per tutto da un’orda pandemica di nanomacchine (i vecchi robottini bidoniformi) sfuggite al controllo degli umani. Come personaggio centrale abbiamo ora un ragazzo, all’affannosa ricerca di una ricomposizione. Ricordo bene quando capii che c’era da rinunciare ad una grossa fetta del mio immaginario: ero sotto al sole cocente, in un brullo paesaggio sardo. Avevo quasi paura.

Il giorno dopo sentivo il bisogno di parlarne con qualcuno, scelsi mio figlio di dieci anni, durante una lunga passeggiata sulla battigia. Gli esposi il progetto, lui non sembrava per nulla contento. Per conquistarmelo glie la presentai come una fusione, ci saremmo ritrovati con delle nanomacchine più imprevedibili, selvagge, divise in caste, tribù, eserciti sconfinati… Forse, più che lui, dovevo convincere me stesso.

Ma di una cosa sono certo. Sfrondando sfrondando, sono arrivato al nocciolo della storia: la tecnologia, aldilà del bene e del male, può complicarci terribilmente la vita. Solo guardando dentro noi stessi saremo capaci di ristabilire l’equilibrio perduto.

Autore: Andy War

Born in Naples, 1965, lived in Princeton and France, then back to Italy. Comics. Grendizer, Star Wars, Lucky Luke. Architecture, Punk Rock. Sciattoproduzie, structures. Digital animations, running, hospitals. I live and work in Rome, married with two children.

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